40

Eccoli qua.

Come capita a tutti, anche per me sono arrivati.

Ho 40 anni.

E sono vivo.

Posso giocare con mia figlia, sorridere a mia moglie, stare con le persone, lavorare.

Già, in effetti detto così sembra una cosa scontata.

Forse proprio per questo quando si arriva a questo traguardo, ci si ferma un attimo a guardare indietro prima di tornare ad immergersi nel presente camminando verso il futuro.

A volte siamo così abituati che le cose vanno come vanno da perderci il gusto di cose così “piccole” come il semplice fatto di essere vivi.

Il piccolo semplice straordinario fatto di essere vivi.

Il piccolo semplice favolosamente straordinario fatto di essere vivi.

Per me quantomeno ha un significato davvero potente.

Perché la vita non si può dare per scontata.

Non la governi, non la imbrigli.

Gioca le sue regole.

A quaranta anni sento proprio il piacere/dovere di fermarmi ad assaporare ogni istante di questa vita “regalata”.

Perché c’è stato un tempo, un momento di infinita brevità, in cui il vivere non è stato per niente scontato.

Tra poco ti parlerò di una parte della mia storia personale.

Ci tengo a fare una breve premessa.

Non considero questi episodi della mia vita meno o più difficili della vita di ogni altra persona.

Ognuno di noi affronta prove di varia natura e difficoltà e trovo di immenso valore la vita e la storia di ciascuno.

Il mio intento in questo scritto è di condividere “a voce alta” alcune riflessioni.

Non pretendo che ti interessino o che tu condivida la mia visione.

Ti chiedo però, se deciderai di proseguire nella lettura, di avere cura e rispetto di questa mia condivisione personale.

Ti ringrazio fin da ora.

Torniamo a noi.

Come dicevo poco sopra, in questi ultimi giorni, sento una profonda sensazione di gratitudine per quella che è la mia vita.

Non perché sia la migliore vita possibile (i lavori sono ancora molto in opera).

Principalmente questa gratitudine deriva dal fatto che si sta facendo strada in me la percezione che questa è > la mia vita <, riprendendo il titolo di un bellissimo libro di Silvano Brunelli.
Eppure sono consapevole che l’essere qui in questo momento a scrivere queste parole, è possibile grazie a un soffio.
Un piccolo leggerissimo attimo che ha fatto da discriminante tra essere e non essere.

Devi sapere che un po’ di tempo fa, nemmeno tantissimo, la mia esistenza attraversava un periodo difficile.

La chiamano depressione, il grande cane grigio.

Anni di insuccessi personali, professionali ma sopratutto relazionali, avevano accompagnato la mia fragile struttura a ripiegarsi su se stessa.
Soprattutto il non avere una minima conoscenza di me, giocò un ruolo determinante.

Avevo intelligenza, sensibilità e grande potenziale.

Ma non sapendo chi fossi, non trovavo mai delle direzioni.
E anche quando trovavo qualcosa di stimolante, dopo poco in qualche modo riuscivo a farlo ruzzolare malamente.

Non mi addentro troppo nei dettagli di cosa sia la depressione.

Limitiamoci a dire che è come essere avvolti da una densa nube grigia che non ti permette di vedere e toccare niente fuori e dentro di te.
E diventa paradossalmente l’unico luogo “amico” perché è l’unica certezza che senti di avere.

Ogni cosa perde senso.
Ogni istinto, desiderio, fine.

Vuoto.

Vorresti essere compreso ma spesso gli altri non possono comprendere.
Ti esortano a reagire, ad uscire di casa, a fare qualcosa.
E spesso questo ha l’effetto di spingerti più a fondo perché ti senti incapace, inutile e sbagliato perché non riesci a muoverti.

Nella maggior parte dei casi ciò che veramente ti aiuta è una pura e vera comprensione da qualcuno che non ti giudica.

Beh, avrai capito che la situazione non era proprio delle più divertenti.

Andando al sodo, persi tutto ciò che pensavo significasse avere una vita.
Non riuscivo a tenermi un lavoro.
Quindi ero tornato a casa di mio padre.
Non conoscevo cosa fosse l’indipendenza.
Non sapevo creare relazioni di amicizia.
Meno che meno sostenere una relazione sentimentale.
Il cibo non mi interessava.
Dormivo poco e male.
Non avevo interesse a curarmi del corpo.
Mi sentivo un peso inutile per gli altri.
E non sentivo nemmeno un senso di valore per me stesso.

Fu così che un giorno, particolarmente appesantito da queste sensazioni e mancanze, decisi che la scelta migliore fosse togliersi di mezzo.

In fondo era la soluzione più semplice.
Se niente aveva più senso, per quale motivo restare?

Nulla poteva trattenermi, in effetti.
Come ho già scritto, ogni aspetto della vita non mi dava nessuno stimolo.
Corpo, mente, relazioni, aspettative, il futuro. Niente aveva più significato.
O almeno questo è quello che credevo.

Mi avvicinai a grande velocità alla curva che avevo scelto.
Scelsi di lasciare andare ogni cosa e perdermi nel vuoto.

A pochi metri dall’inevitabile, proprio nel momento del distacco, accadde quel soffio che decise da che parte la bilancia dovesse posarsi.
Come un fuoco che divampa all’improvviso si aprì una porta che non avevo mai conosciuto se non in tenera età.
Allora non avevo le conoscenze e le esperienze che ho poi maturato in questi ultimi anni, quindi non capii subito.

Sentii che c’era qualcosa di me molto più profondo di tutti gli aspetti che stavo abbandonando.
E che non era possibile sganciarsi da esso perché era il valore stesso di esistere, di essere.
Era quel punto fermo che faceva di me colui che sono, a prescindere da come mi giudico o da come mi giudicano gli altri, al di là di cosa posso pensare, al di là dei miei risultati.

Mi fermai in una piazzola. In lacrime.

Era come rinascere anche se ancora era forte il dolore e la sensazione di aver mancato nei confronti della vita.

Fu l’inizio di una nuova vita.
Da quel momento ogni giorno mi allontanava dalla nebbia.
Ricominciai a guardare la vita con prospettiva.
Una nuova era che richiese molto impegno perché dovetti ricostruirmi totalmente.

Vidi con sempre maggiore chiarezza la finzione che avevo costruito fino ad allora.

Per un periodo ebbi una forte accelerazione.
Ripresi a darmi valore.

Poi a riprendere contatto con gli altri.

Arrivò il lavoro.

Le relazioni sentimentali.

Tornai ad abitare da solo.

La voglia di fare progetti.

Seppur ancora con tante sbavature, inizia ad avere una vita.

Era ancora molto difficile ma avevo compreso alcune cose quel giorno, a pochi metri dalla curva.

La prima è che non esistono problemi senza soluzioni.
Per quanto difficile sia, ogni problema conduce ad una risoluzione. E la risoluzione ti porta sempre ad un miglioramento.

La seconda è che niente fuori da te può determinare chi sei.
È sempre tua l'ultima parola. Se lasci che gli eventi o gli altri decidano per te, è sempre e comunque una tua scelta.

La terza è che da solo puoi cambiare le cose
ma solo insieme a qualcun altro queste cose avranno un senso

Come punto di partenza non era malaccio!

Ma successe una cosa ancora più incredibile. Aver toccato questa parte di me, mi fece venire una immensa voglia di migliorare, di dare un senso sempre più profondo alla mia vita e, perché no, a quella degli altri.

Fu così che, cerca qua, cerca là, incontrai il Centro Studi Podresca e Silvano Brunelli.
Solo allora compresi cosa era successo il giorno della mia rinascita.
E scoprii che è una condizione umana non solo sperimentabile ma è la verità stessa di ogni essere umano.
Da lì possiamo originare le nostre scelte e trovare le direzioni che ci permettono di dare un senso alla nostra vita.

Ora, in questi giorni di bilanci, guardo indietro questi ultimi anni e non posso che rincuorarmi.

Non so se realizzerò tutto ciò a cui aspiro per me e per la mia famiglia.

Non so se la vita mi concederà il tempo.

Non so se avrò le forze e la determinazione.

Ma so una cosa: guardo mia figlia, mia moglie, la nostra vita, le nostre relazioni, i nostri progetti. E per un attimo tutto si ferma e non esiste tempo né spazio.

Vivo e non voglio darlo per scontato.

> Davide Tamanini <

 


 

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