Vivi o sopravvivi?

uno-nessuno

“Un sogno è tale fino a che crediamo sia confinato al sonno.
Quando lo confrontiamo con la realtà e tentiamo di capire se sia realizzabile,
diventa una possibilità.
Quando lo definiamo come punto da raggiungere, abbiamo un obiettivo.
Quando abbiamo stilato un percorso, abbiamo un progetto.
Quando abbiamo raggiunto il culmine del progetto, otteniamo un risultato.
Ma se non sono prodotti delle tue scelte, scopri che sognavi di non sognare.”

Piccoli appunti quotidiani.


A volte il dolore diventa l’unica cosa che ci fa sentire di esistere.

Ecco perché, spesso, nonostante proviamo sofferenza a vivere come viviamo, non riusciamo a produrre un cambiamento reale. Perché un dolore certo sembra più sicuro di una gioia possibile ma incerta.

E tutto questo nella continua ricerca della felicità.

Un paradosso? Meno di quanto credi.

E’ la realtà quotidiana di molti di noi. E proprio la spasmodica spinta verso la felicità, se incanalata in modo non corretto, è ciò che genera il suo esatto opposto.

Cerchiamo di capire meglio.

Come già mi avrai sentito dire (o scrivere), ogni persona, in fondo, cerca la medesima cosa: la felicità.
Tutti puntiamo ad uno stato di serenità, di pace in cui dentro e fuori di noi ci possiamo sentire a “casa”. Sicuri, espressi, con la percezione che la vita come la desideriamo sia possibile, con risultati  nella vita e con uno stato interiore sereno; relazioni sane, sincere, in cui crescere e su cui potersi reciprocamente fidare.
Cerchiamo di uscire dalla tensione della vita, vogliamo non sentirci sopraffatti dagli eventi. Il che non esclude la possibilità di avere problemi e di soffrire. Non toglie che ci siano difficoltà o crisi. Ma semplicemente “stare bene”.

Ma la strada per realizzare questa aspettativa non è semplice. Dal momento stesso in cui veniamo concepiti veniamo continuamente stimolati ad affrontare i nostri limiti o i limiti degli altri o i limiti della vita stessa.

Il che non è giudicabile. Non c’è in questa cosa un giusto o uno sbagliato. E’ semplicemente come va la vita.

In base a come assumiamo i precetti di questo ciclo naturale, generiamo delle risposte.

Ogni risposta è un tentativo di maturare la “felicità”.

Da un punto di vista è sempre una risposta corretta. Perché, per il nostro sistema di sopravvivenza personale, quel modo di rispondere alla vita o di vedere le cose ci permette di garantirci, appunto, la sopravvivenza.

Facciamo un esempio concreto (ovviamente ognuno risponde alla vita in modo personale, questo è solo un’ipotesi possibile).

Se nei primi contesti di relazione tra pari (asilo, scuole ecc..) venivi preso in giro dagli altri e , quando rispondevi in modo aggressivo, gli altri smettevano, probabilmente dentro di te questa modalità si è fissata diventando il tuo modo principale di gestire i conflitti.
Per il tuo sistema di sopravvivenza personale non importa se questo ha allontanato gli altri da te (smettevano perché impauriti,non perché avevano compreso che stavano sbagliando, che hai valore e che potete essere amici) e continua a farlo. Rimane comunque la strategia migliore.

La promessa implicita è sempre la stessa: garantirti la “felicità”. Siccome allora sembrava aver garantito una salvezza (gli altri si zittiscono e non mi prendono in giro) porti avanti a spada tratta quella tesi.
Questo è il grande limite della mente : una risposta primaria che promette una salvezza, si fissa e si riattiva ogni qual volta incontriamo un evento simile al primo guidando le nostre reazioni in modo automatico e inconscio.

Un altro esempio: Per alcune persone, annullare se stessi per l’altro è una strategia per garantirsi la “felicità”: la promessa “presunta” è che se sarò esattamente come lui/lei vuole (come io credo che lui/lei mi voglia), se farò tutto per lui/lei, allora mi amerà, mi considererà ecc.…
Ma per amare qualcuno devo conoscerlo. Se non mi mostra mai chi è, chi amo?
Inoltre, indossare continuamente un vestito che non è il tuo, prima o poi ti porterà a lacerarti. E’ come avere una pentola sul fuoco da ore e avere la valvola di sfogo bloccata. Prima o poi esplode.
Ecco quindi che il ciclo si completa: nel tentare di raggiungere la “felicità”, abbiamo creato il suo esatto opposto.
Nel tempo questa realtà si radica talmente tanto che diventa l’unica strada percorribile.
L’idea di cambiare è devastante perché la nostra ricerca di felicità ha prodotto così tanta sofferenza da credere che accontentarsi della vita (con le sue frustrazioni) così come è sia l’unica certezza perseguibile. (Che è molto diverso da una sana accettazione!)

Meglio l’uovo oggi che la gallina domani.

Ma continui segnali ci dicono che qualcosa stride.

Insoddisfazione, la sensazione che ci manchi qualcosa o di essere succubi degli eventi.
Altre volte ci sono manifestazioni davvero forti, la distanza tra chi siamo veramente e la vita che facciamo è così forte da lacerarci.

Per alcuni la risposta è sopperire cercando valvole di sfogo (che sia una bottiglia, cercare di non essere mai soli, evadere dalla realtà ecc…).
Ancor più spesso è tradotto in lamentarsi di come vanno le cose, gli altri, gli eventi, i politici, la crisi.

Non perchè siamo incapaci. Non perché siamo sbagliati. Non perchè non abbiamo la forza.

Semplicemente perché cerchiamo la “felicità” ma nessuno ci ha insegnato come fare.
Perché pensiamo che serva essere “speciali”, eletti. Perchè è comune credere che solo se arriva tramite il caso qualcuno che ci risolve i problemi, allora potremo cambiare.

Ma la verità è che non c’è un motivo per il quale tu come chiunque altro non possa meritare l’esistenza migliore. Che spesso non è che a due passi da dove già sei e per  raggiungere la quale hai già tutto l’assetto di base necessario.
Va “solo” liberato dal fango e incanalato bene.
Non esiste motivo per cui non puoi alzarti domattina e fare qualcosa di diverso per la tua vita (e/o per quella degli altri).
Non esiste nessuno che può veramente limitare il potere della tua scelta.
Non esiste nessun valore più alto del tentare anche a rischio di fallire!
Perché ogni essere umano è nato per vivere e vivere significa evolvere, tentare, fallire.
Altrimenti si chiama sopravvivere. Ed equivale a bloccare, preservare, contenere.

La storia e il futuro dell’essere umano hanno un fattore comune. Si sono contraddistinte e proseguiranno sull’evoluzione: vecchi equilibri che si sciolgono per costituirne di nuovi destinati a crollare per lasciare spazio a nuovi equilibri. E in ogni equilibrio c’è il tentativo di migliorare le condizioni precedenti.

E si costruisce ORA, nel presente! Nella scelta che fai in ogni istante.
In questo ci compiamo!

Nel trovare il nostro intimo senso di esistere e farlo diventare qualcosa di vero, manifesto, espresso.

E se va male?

Avrai comunque vissuto.
Ma se va bene?
Se tu sarai esattamente chi sei in ogni momento?

Quale scegli sia il tuo destino?

Vivi o sopravvivi?

Questo articolo ha 7 commenti.

  1. mah secondo me come ribadisco il destino è segnato…la mia nonna dice quel che è scritto in cielo in terra non manca…e il mio nonno diceva senti l’ aria che tira se percepiscu che non è un’ obiettivo che ti riguarda cambia strada

    1. Ciao Giuseppe, si, so che la vediamo in modo differente!
      Però apprezzo molto che continui a seguirmi!
      Buona giornata!

  2. però bell’ abbraccio caldo quest’ articolo, come sai non condivido mezza parola… ma bello

  3. un obiettivo è maschile perdono orrore di ortografia

  4. continuo a seguirti perchè cerco un gancio per capire se è possibile ribaltare la mia posizione…trovo però tutto molto debole…fino ad ora…basta che mi guardi in giro o dentro e capisco che il destino non si scegli e che spesso le scelte falliscono, tu stesso parli di fallimento proprio perchè la strada è segnatae…mi piace il confronto dialettico ma non si polverizzano le mie idee… e questo mi dispiace

  5. avro’ letto questo post venti volte da stamattina in una giornata piuttosto difficile, mi impegno ma non capisco, parli di rischio di fallimento, di investimento, di scelte e di destino che si compie grazie a queste, ma non mi è chiaro…
    1) io scelgo quindi compio e costruisco il mio destino nel momento in cui scelgo
    2)posso fallire
    3)se fallisco devo accettare la scofitta e andare avanti

    –> ma perdonami se scelgo, fallisco, accetto vuol dire che la cosa a cui avevo puntato non è per me o non è per me in quel momento…ma inevitabilmente devo andare avanti, devo quindi accettare in maniera inesorabile il destino, quindi qualcosa di più grande di me che AL DI LA DELLE MIE SCELTE AVEVA GIA’ PREDISPOSTO LE COSE…DIMMI CHE HO CAPITO MALE…più leggo e più mi convinco che il tuo pensiero è assolutamente vicino al mio con una differenza tu cerchi di non vedere in maniera serena il disegno già predisposto e sottolinei che non è così, io vedo il disegno sottostante ben lungi dall’essere sereno nel farlo… dimmi che non ho compreso per favore…rileggo per la ventunesima volta l’ articolo

  6. Ciao Davide come sempre offri spunti di riflessione interessanti e oserei dire stimolanti, anche se in parte certe considerazioni sembrano talmente banali e ovvie che rendersi conto di non riuscire ad applicarle, mi fa sorgere il dubbio di avere un intero maiale sugli occhi?!
    in passato ero convinta di dovermi adeguare sempre a chi avevo davanti perché cosi mi garantivo accettazione, affetto e considerazione, però mi sentivo sola anche se in mezzo agli altri, ma non capivo il perché, ma mi andava bene che ci fossero.
    finche un giorno mi sono trovata sul fondo, completamente sola, e la cosa più devastante è stato scoprire che non avevo la piu pallida idea di cosa mi piacesse, cosa volevo e quindi chi ero… ho provato un dolore fortissimo e per mesi non ho avuto voglia di reagire, mi stavo lasciando morire.
    Che arrogante ero? Dov’era il rispetto per la vita, dov’era il rispetto per la sofferenza vera, per i problemi reali?
    Ho quindi cominciato a pormi le domande giuste e piu semplici, non mi sono più vergognata di cio che potevo essere, non ho ho piu per seguito ideali di perfezione, non ho più rimandato agli altri, o meglio alle mie convinzioni che gli altri stabilissero il mio valore.
    Mi sono accorta di quanta tollerenza c’è in realtà attorno a noi, e fi quanto il giudice più severo e meschino, siamo noi stessi.
    Ho voluto provare a essere ciò che sentivo dentro, dandomi come unico parametro la sincerità e la coerenza verso il mio essere, sto bene con me se ogni sera posso guardarmi allo specchio senza vergogna o rimorso. Ho capito che prendersi cura dell’altro mi faceva stare bene ma ho capito anche che nessuno si sarebbe mai potuto appoggiare a me finché io non ero in grado di stare in piedi da sola .
    Ho rivolto, non facilmente, le attenzioni verso di me, ho iniziato a coltivare la mia anima e il mio cuore e con il tempo mi sono accorta di quanto possiamo fare la differenza nel mondo anche nel nostro piccolo, se invece che camminare a testa bassa, cerchiamo lo sguardo dell’altro per scambiare un sorriso.
    Ma posso camminare distogliendo la sguardo dal terreno solo se la mia anima conosce la strada perche sarà lei a guidarmi per SEMINARE BELLEZZA. (Perché come dice una canzone solo chi semina bellezza la raccoglie!!)

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